Ha debuttato al Teatro Stabile di Catania, che ha appena rinnovato la sua governance con alla guida il notaio Carlo Saggio, la discussa versione del capolavoro di Pirandello nella versione di Michele Placido che ha provocato la defezione del capocomico catanese Pippo Pattavina. 

Pirandello, col dipanarsi del suo pensiero che si fa scena, frase, accento, introspezione, rigurgito verso un apparire da rinnegarsi ma necessario, semina dipendenza; può insegnare a ragionare e vedere le cose in un modo complesso e veritiero.

Le sue visioni sono realtà e molto della sua poetica ruota proprio attorno alla follia.

La sua opera è il frutto di un pensiero complesso, di traiettorie mentali che si intersecano e affascinano ma, come tutte le cose non di immediata percezione, richiedono l’acquisizione di punti di riferimento.

Pirandello, come altri autori di teatro, prima di recarci a teatro per assistere alla rappresentazione delle sue opere, dovrebbe essere approfondito, studiato oserei dire.

“Andare a teatro” non è solo comprare il biglietto, piuttosto è sapere che quella sera si crescerà, e si crescerà se si sarà recettivi. Documentarsi sull’autore e sull’opera che vivremo grazie agli attori, ci permetterà di cogliere, collegare, stupirci, riconoscerci, dissentire, entusiasmarci e, oserei dire, per quella sera, essere felici nel relazionarci allo spettacolo.

Una delle ragioni per cui alcune forme di spettacolo stanno perdendo terreno è perché è sempre meno presente quel pubblico curioso e critico, entusiasta o feroce a seconda dei casi che, appassionandosi, era parte egli stesso dello spettacolo.

Sei personaggi in cerca d’autore, opera geniale e storica.

Col suo affermarsi dall’anno del suo debutto (1921) a Roma transitò il teatro Italiano in Europa e rivoluzionò clamorosamente anche la letteratura del Vecchio Continente.

Per meglio comprendere chi (o cosa…) siano i “personaggi” in questione immaginiamo di voler scrivere un racconto delineando appunto i personaggi, quei protagonisti che interagiranno per dare senso e corpo alla trama. Immaginiamo che questi, una volta caratterizzati, per incanto, ci appaiano in carne ed ossa, materializzati, emotivamente carichi della vicenda che gli abbiamo messo nell’animo, e impazienti di trovare attori in grado di rappresentarli.

Pirandello così li ha concepiti, ed essi, sul palcoscenico, cercano con ansia chi li rappresenti, facendo la loro comparsa in un teatro dove una compagnia di attori, regista, tecnici sta lavorando ad una messinscena.

Il teatro è quindi il luogo ideale in cui vogliono essere rappresentati (teatro nel teatro). Per lo scrittore agrigentino realtà e finzione sfumano l’una nell’altra poichè tutti noi, nel nostro vivere e relazionarci, recitiamo una parte, quindi il teatro si confà più di ogni altro luogo alla nostra rappresentazione del vivere. L’opera è visionaria, intrisa di silenzi evocativi che preludono ad apparizioni strategiche.

Il raggruppare i cappellini su un appendiabito invogliano Madama Pace (il settimo personaggio) ad apparire, è quasi una magia con atmosfera da circolo esoterico. Gli attori, quei professionisti che dovrebbero interpretare i personaggi, appaiono volutamente volgari, grossolani, vilmente ridanciani e palesemente scollati dal contesto doloroso che dovrebbero interiorizzare. E’ ovvio dall’inizio, non riusciranno a rappresentarli, non sono in grado. Ma in verità nessuno potrebbe rappresentare la verità di un altro se non con goffaggine e approssimazione. E’ il dramma della nostra epoca, in cui si sono imbastiti schemi sociali complessi, che tuttavia, portano all’incomunicabilità.

La serata della prima a Catania.

Le (fastidiose) martellate che rimbombano sul palcoscenico che Pirandello stesso indicava ci dovessero essere per evocare un allestimento in corso, qui, in questa edizione dello Stabile, più che altro sono state sin troppo bene rappresentate da un testo posticcio d’apertura davvero discutibile, in cui si cita addirittura Renato zero!

Nella tradizione delle messinscena di questa opera teatrale è sempre stata accettata una certa libertà che meglio contestualizzasse i fatti nei tempi che correvano.

Vadano pure le buste da supermercato e tanto di cellulare saldato alle orecchie mentre si cammina, ma il testo aggiunto, neanche troppo breve, più che contrapporsi al dramma che sarebbe arrivato, risultava semplicemente e sonoramente dissacrante!

L’opera d’arte, di qualunque genere (scritto, musica, pittura, etc), è un unicum, ed è la proiezione dell’artista.

Una qualsiasi aggiunta per mano estranea, è immediatamente riconoscibile, al pari del baffo sulla Gioconda!

Qui il “baffo” è stato dipinto da un pennello troppo audace e, per fortuna, lo si vede per poco solo all’inizio poi… entra in scena Pirandello…e c’è solo lui!

Potente, tagliente, contorto, ammiccante, strategico.

Comincia una escalation di follia lucida ed inesorabile che ci traghetta sino alla fine, di un solo fiato. Quella follia che alla prima rappresentazione del 1921 fece gridare da più parti: “manicomio, manicomio!” ma che in breve conquistò il mondo teatrale e letterario. Certo, gli sbadigli non sono mancati in sala, ma non li attribuirei alla mancanza di efficienza scenica, anzi….! La regia in questo funzionava bene, c’era il giusto ritmo e la giusta enfasi. Gli sbadigli erano semplicemente figli della superficialità nell’accostarsi allo spettacolo .

Circa le performance di alcuni attori occorre una premessa. Pirandello, proprio nel testo teatrale, specifica che i sentimenti fondamentali per ciascun personaggio sono seguenti: “il “rimorso” per il Padre, la “vendetta” per la Figliastra, lo “sdegno” per il Figlio, il “dolore” per la Madre con fisse lagrime di cera nel livido delle occhiaje e lungo le gote, come si vedono nelle immagini scolpite e dipinte della “Mater dolorosa” nelle chiese”. Che gli attori abbiano fatto centro o meno è anche in relazione all’essersi attenuti a questa chiara dicitura.

Michele Placido (il padre): certamente autorevole sulla scena, interpreta un personaggio sicuro; poche incertezze trapelano dalla sua voce, è quasi un intellettuale che si bea della sua dialettica. A mio avviso non fa giungere il logorio del rimorso che in fondo, è il suo marchio di fabbrica. In alcuni tratti giustamente incline a un sussurrio intimista risultava però poco efficace per un imposto vocale che non bilanciava le voci degli altri attori, risultando spesso sovrastato. A parte queste personali perplessità, per l’attore e per il pubblico in sala, è stato un successo.

Guia Jelo (la madre). L’unica davvero carismatica, quasi perennemente raggomitolata su se stessa, con la testa tra le mani, avvolta nel nero della sofferenza e della incomunicabilità. Nonostante il racconto avrebbe giustificato una enfasi maggiore nei momenti di disperazione invece si è data misura e profonda dignità pur nel baratro della tragedia.

Dajana Roncione (la figliastra): il ruolo è difficile, in fondo è la protagonista assoluta, è lei che spiega, è lei che ammicca, è lei che ride con un sarcasmo doloroso e feroce scandendo la partitura teatrale, è lei che si dissolve nella tenerezza del ricordo citando la sorellina. Dajana ne esce vincente, convince il pubblico. Forse risulta mancante di quel pizzico di scompostezza che sarebbe stato possibile trovare in quel corpo, come lei stessa si definisce, contaminato.

Silvio Laviano (il regista): attore che continua a crescere, è appassionato e adeguatamente mutevole sul palcoscenico. Mostra bene il lato umano del capocomico che da un iniziale fastidio per l’interruzione delle prove pian piano passa a un quasi commosso coinvolgimento per il dipanarsi delle rivelazioni.

Il teatro è bello perché è pensiero, è coinvolgimento, è una macchina talmente complessa e articolata che anche i dissensi hanno ragion d’essere. Invito a godere dell’opportunità che abbiamo di assistere a rappresentazioni di qualità.

Auguri ..auguri, infiniti auguri allo Stabile di Catania!


Giuseppe Siracusa è biologo e dottore di ricerca in scienze ambientali, fitogeografo dei territori mediterranei.

Ha lavorato per l’Università di Catania ed è stato direttore di riserva naturale.

E’ pittore e fotografo.