È di scena, in questi giorni, al teatro Massimo Bellini di Catania, il Don Giovanni, opera di punta di Wolfgang Amadeus Mozart. In un teatro nel quale troppe poltrone e troppi palchi erano vuoti, ieri “venerdì tredici” si è svolta la prima del capolavoro mozartiano.

Il mito di Don Giovanni per tre secoli ha affascinato gli autori di letteratura, teatro e opera lirica, passando da penne celebri come Moliere o Lord Byron al Librettista Da Ponte, che lo ha consacrato grazie alla magica alchimia col sommo compositore, che ha generato altri capolavori come le Nozze di Figaro e Così Fan Tutte.

La dirigenza ha scelto di rappresentare il capolavoro con l’allestimento del Teatro della Fortuna di Fano.

Premesso che l’allestimento è già scarno di suo, perde parte dell’essenza in un palcoscenico, decisamente più grande, come quello del Teatro Massimo Bellini.

La formula è ormai piuttosto utilizzata: una pedana circolare obliqua (purtroppo molto fonoassorbente) e un prolungamento del palcoscenico che va oltre la buca dell’orchestra, nella quale gli artisti si muovono, non senza difficoltà. Nulla che non si sia già visto nei teatri lirici, negli ultimi anni.

Anche la regia di Esposito è in linea con il contesto scenografico, involgarita peraltro da scene osé, del tutto inutili.

La cosa che disturba è che le voci degli artisti si sentono a tratti, in base alla posizione nel palcoscenico.

Sembra che ormai la priorità dei registi d’opera non sia più quella di favorire l’orecchio, ma piuttosto l’occhio dello spettatore, in questo caso con risultati mediocri.

L’orchestra, diretta da Salvatore Pieracciolo, ha assecondato discretamente gli artisti, anche se in taluni momenti tendeva a coprire le voci, già messe a dura prova da un allestimento scomodo, sicché, nei bellissimi momenti d’insieme, scritti dall’autore, c’era discontinuità e chi si trovava dietro il golfo mistico si sentiva meno di chi stava sulla pedana davanti al proscenio.

Al coro non è riservato molto spazio nel Don Giovanni, se non in pochi momenti. Valuteremo il lavoro del nuovo maestro Gea Garatti Ansini nelle prossime produzioni, sempre che vi sia la possibilità di farlo. Sul momento di forte difficoltà avremo modo di scrivere nei prossimi mesi, speranzosi che il vento cambi e che i nostri amministratori vadano in soccorso del teatro e degli spettatori.

Per ora dedichiamoci a un’analisi della rappresentazione.

Il ruolo di Don Giovanni è stato affidato al baritono Vittorio Prato che, al suo esordio, è entrato perfettamente nella parte, delineando un Don Giovanni aristocratico, senza mai cadere nella trappola che porta spesso a involgarirne il personaggio. Vocalità sicura, emissione bilanciata e gusto interpretativo hanno fatto il resto.

Leporello, interpretato dal basso Gabriele Sagona, esordiente nel ruolo, è il perfetto alter ego di Don Giovanni, coprotagonista d’eccezione. Il Sagona è cresciuto durante l’opera, dando prova di una maturità artistica che lo porterà certamente a calcare le scene di teatri di caratura internazionale. Bravo.

Donna Anna è stata ben interpretata da Annamaria Dell’Oste. Il soprano ha superato con successo le difficoltà del ruolo e gli ostacoli scenici. Il volume vocale è notevole e l’interpretazione scenica è stata buona.

Giustamente applaudita dal pubblico.

Il tenore Francesco Marsiglia è stato un applaudito Don Ottavio. Ottima la linea di canto; ha superato le difficoltà mozartiane, richiedenti un perfetto controllo dei fiati.

Una sostituzione dell’ultima ora ha portato la soprano Diana Mian a interpretare, alla prima rappresentazione, il ruolo di Donna Elvira. Buona nel complesso la prova, anche se con qualche difficoltà nei legati che richiede l’autore; il pubblico ha gradito e applaudito.

Molto bene la Zerlina del soprano Manuela Cucuccio, che ha mostrato una grande maturità interpretativa e vocale, nonostante la giovane età. Fluidità e chiarezza, oltre che un ottimo appoggio e capacità interpretativa, l’hanno portata a delineare una Zerlina di caratura.

Giulio Mastrototaro ha dato una buona prova interpretativa e vocale nel ruolo di Masetto.

Il Commendatore di Francesco Palmieri, pur con qualche difficoltà di emissione, soprattutto nella scena finale, è stato di buona qualità.

Fortunatamente gli artisti hanno ben retto un’opera lunga e difficile. Nel Don Giovanni non vi sono pause e anche i recitativi sottopongono le voci a stress, non di poco conto.

Bravi soprattutto a rendere viva una rappresentazione, che altrimenti avrebbe annoiato il pubblico, per la scarsezza scenica e la staticità della regia.