Il fenomeno dell’immigrazione ha assunto, negli ultimi anni, nel nostro Paese, dimensioni sempre più consistenti: a fine 2004, si rilevano 2,7 milioni di immigrati regolari, cui vanno aggiunte le presenze irregolari, stimate tra le 200.000 e le 800.000 unità; l’incidenza sulla popolazione totale è del 4,5%. In Italia vi sono circa 200 nazionalità. Molti abitanti dei paesi poveri emigrano negli stati benestanti o ricchi allo scopo di rifarsi una vita. 

Affrontano viaggi temerari, si affidano e affidano quel poco che hanno a dei delinquenti, spesso non hanno nemmeno la certezza di vedere l’alba del domani. Nulla toglie però che tra questi, alcuni affrontano tutto ciò con uno scopo diverso: quello di delinquere.

COME REAGISCONO GLI AUTOCTONI?

Solitamente vi è diffidenza, poiché ci si trova a doversi confrontare con qualcosa di sconosciuto e che a primo impatto appare già così diverso da sé. Spesso si pensa che:

– stiano invadendo uno spazio che non gli appartiene

– non tutti riusciranno ad integrarsi adeguatamente alla cultura, alle norme sociali e alle leggi

Il rapporto con l’estraneo se, da una parte, può evocare curiosità, dall’altra, può evocare chiusura e costruzione di sottili pregiudizi, dovuti alla diversità di linguaggio, di cultura e di assetti relazionali. Così, nella maggioranza dei casi, si formano dei sottogruppi in entrambe le categorie, mancando di integrazione, portando alla minaccia della propria identità culturale, all’adattamento dei propri confini geografici e, infine, alla modifica delle strutture sociali già esistenti.

L’integrazione altro non è che un percorso che deve coinvolgere immigrati e autoctoni in maniera dinamica e pluridimensionale, allo scopo di creare una nuova società.

Diversamente si registra o un reciproco adattamento che spesso avviene in maniera graduale o, nella peggiore delle ipotesi, scaturiscono problemi di natura sociale.

Secondo molte ricerche svolte nel campo della psicologia sociale è sufficiente formare due gruppi nei quali far coesistere anche etnie diverse purché perseguano lo stesso scopo, per creare in ciascuno:

  • un clima improntato alla collaborazione

  • un senso di appartenenza al proprio gruppo (ingroup)

  • uno di competizione e contrasto con l’altro (outgroup)

Così, Allport, uno dei maggiori esponenti della Psicologia Sociale, definisce nell’ambito delle sue ricerche le dinamiche che conducono sia all’estinzione del pregiudizio sia all’integrazione.

Inoltre, un’altra tendenza tra gli individui di gruppi diversi è quella di percepire i membri del gruppo esterno come omogenei, ovvero senza carpire le normali diversità che sussistono tra un individuo e un altro. Quando, oltre a questo fenomeno, è presente anche quello dell’attribuzione ai membri dell’outgroup di differenze, anche sostanziali, rispetto a membri del proprio gruppo nasce lo stereotipo (ad es. “i cinesi sono tutti uguali”).

Nelle società moderne, caratterizzate da individui appartenenti a gruppi diversi che convivono nello stesso territorio, le interazioni tra membri di gruppi diversi sono sempre più frequenti. Tali contatti sociali possono essere vissuti in maniera più o meno piacevole.

Così, nel campo della Psicologia Sociale sono stati indagati i fattori che contribuiscono a mantenere pregiudizi e rapporti intergruppi conflittuali, nonostante l’aumento delle opportunità di contatto.

Tra i vari ricercatori spicca ancora una volta Allport, il quale ha elaborato l’ipotesi del contatto. Questa riguarda l’efficacia del contatto positivo diretto con membri di gruppi esterni nella riduzione del pregiudizio. Le condizioni per cui si possano ottenere effetti positivi è che le relazioni intergruppi avvengano:

  • tra persone con status uguale

  • che la relazione sia cooperativa

  • volta al raggiungimento di scopi comuni

  • caratterizzata da sostegno istituzionale (ovvero in un clima sostenuto da norme sociali favorevoli al contatto tra i gruppi)

Inoltre, il contatto deve favorire lo scambio di informazioni personali e portare alla formazione di relazioni intergruppo durevoli.

Tuttavia, per poter comprendere le dinamiche dei rapporti intergruppi è necessario considerare anche il contatto intergruppi negativo, il quale potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel persistere di pregiudizi e conflitti tra i gruppi. Infatti, alcune ricerche hanno evidenziato che il contatto negativo aumenta il pregiudizio più di quanto venga ridotto dal contatto positivo.

Secondo un’indagine dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza la percezione di insicurezza tocca il 46% degli italiani. Si tratta della percentuale più elevata degli ultimi dieci anni.

Sull’attuale picco hanno pesato i continui sbarchi e le ripetute violenze (non da ultimi gli stupri di Rimini). Un’insieme di fattori che ha suscitato rabbia e paura nella maggioranza della popolazione italiana.

Il pensiero del nostro Paese, se è possibile riassumerlo, considerata la situazione attuale che vede gli stranieri gravare sul nostro popolo dal punto di vista della sicurezza, della pulizia e non ultimo della salute,  è che accoglienza significa poter garantire dignità agli immigrati, ma senza toglierla agli italiani.

Un obiettivo non facile.


Erika Galatà è una psicologa laureata presso l’Università di Catania, iscritta all’Ordine degli Psicologi della regione Sicilia. Il suo è un intervento basato sull’approccio cognitivo comportamentale e annovera notevole esperienza nell’ambito della psicologia clinica, della psicodiagnostica e della salute mentale. Si occupa n particolare di disturbi alimentari, disturbi depressivi, disturbi d’ansia e attacchi di panico, fobie, disturbi comportamentali, sostegno alla genitorialità e consulenza di coppia.