Riproposto in vernacolo catanese da “Teatro Mobile” di Francesca Ferro il noto testo di Edoardo Erba; per “Altrove 2018”, rassegna itinerante del Teatro Stabile,  l’intenso dramma del catalano Gulliem Clua; al “Piccolo” il dramma di Marsha Norman (premio Pulitzer), superbamente interpretato da Alessandra Cacialli e Maria Rita Sgarlato per la regia di Romano Bernardi

Muraturi di Edoardo Erba. Un sottile fil rouge, l’impossibile, surreale, incontro di due mondi in una notte “clandestina”: da una parte quello reale, miserabile, frustrante e drammaticamente quotidiano di due poveri muratori, chiamati ad elevare illegalmente e nottetempo un muro, per rubare spazio ad un teatro a favore d’un supermercato; dall’altra quello fantastico, “culturale”, del teatro che misteriosamente irrompe sulla scena nella vita dei due operai materializzando la bellissima signorina Giulia protagonista della scandalosa tragedia di August Strindberg. La sconvolgente apparizione regalerà alternativamente ai due uomini solo momentaneamente un’irraggiungibile felicità, il riscatto cercato e mai trovato da una vita di stenti, d’approssimazioni sentimentali, di frustrazioni. Tra liti, battute, incredulità, sarcasmi, il mesto seguire finale dei due dell’illusorio ma necessario cammino indicato dalla “cultura” (bellissima ma evanescente) sembra richiamare, in un ripetuto dualismo, la disperata inconsistenza sociale del letterato-umanista di pasoliniana memoria. Ottima performance dei tre protagonisti Domenico Gennaro, Gianpaolo Romania e Pamela Toscano, diretti con mano sicura da Emanuela Pistone che ha efficacemente tradotto in vernacolo catanese il fortunato testo (ormai quasi un classico) scritto in romanesco da Edoardo Erba, animando la scena e dosando con giusto tempismo il mix di ironia, comicità e dramma esistenziale. “Muraturi” è andato in scena al Centro Zo di Catania nell’ambito della stagione del Teatro Mobile, nuova e dinamica realtà teatrale catanese nata da un’idea della Direttrice artistica Francesca Ferro, anch’ella attrice e “figlia d’arte”.

La rondine (La canzone di Marta) di Gulliem Clua. Teatro fuori dal teatro, dai luoghi deputati alla rappresentazione scenica. L’idea (certo non nuovissima) del Teatro Stabile di Catania ha esordito al Coro di Notte del grandioso complesso dei Benedettini (oggi sede della Facoltà di Lettere e Filosofia) e proseguirà fino ai primi giorni d’ottobre percorrendo alcuni luoghi fetish del capoluogo etneo con cinque spettacoli della rassegna “Altrove 2018”. Purtroppo penalizzato da un’acustica non eccellente della sala, “La rondine”, intenso dramma del catalano Gulliem Clua di formazione giornalistica, innerva su un agghiacciante fatto di cronaca realmente accaduto (la strage del 2016 di Orlando, in Florida, dove furono trucidati da un terrorista 49 omosessuali) un’inaspettata verità progressivamente disvelata dall’incontro-scontro dei due soli protagonisti della pièce. L’uomo e la donna – Lucia Sardo (madre dolente, ora imperiosa e refrattaria, ora dolcissima e cedevole) e Luigi Tabita (convincente e determinato nel ruolo d’un giovane omosessuale deciso a svelare “l’innominabile” vissuto personale) – convergeranno infine, dopo virulenti e ripetuti scontri verbali, in un tenero canto d’amore, metafora di pacificazione e sofferta ma autentica accettazione. Regia di Francesco Randazzo; traduzione Martina Vannucci.

Buonaotte mamma di Marsha Norman. Uno psicodramma straziante che si svolge, in crescendo di tragedia, nel chiuso di una cucina, mentre la più giovane delle due donne protagoniste della pièce continua alacremente a sfaccendare piroiettando da una parte all’altra della stanza, sistemando ogni cosa con maniacale precisione, apparentemente svagata.  Ha chiesto, inventando una scusa, all’anziana anziana madre rimasta vedova dove cercare la pistola del padre e finalmente ritrovatala in soffitta annuncia con freddezza il suo suicidio. Affetta da epilessia, alle spalle un matrimonio fallito, un figlio malvivente, un pessimo rapporto con il fratello e la cognata e una cupa visione del mondo, tornata momentaneamente nella casa dei genitori la donna, quarantenne precocemente avvizzita, vive con la madre la sua fallimentare esistenza quasi del tutto avulsa da ogni contatto con l’aborrito esterno. “Buonanotte, mamma” di Marsha Norman, sconvolgente esordio americano e Premio Pulitzer 1983, porta in scena fin dalle prime battute – come in un crescendo sinfonico – un serrato confronto verbale tra due donne: il disperato tentativo della madre di distogliere la figlia dal proposito di farla finita, la fredda, incrollabile determinazione di quest’ultima di autodeterminare la propria vita con un gesto liberatorio, estremo e definitivo. Dapprima incredula di fronte all’agghiacciante rivelazione, poi dolcemente remissiva, minacciosa, “delatrice” del fallimentare rapporto con il marito indolente (assenza-presenza degli uomini), implorante nel tentativo di provocarne la pietà, la madre assiste impotente a tutti i tentativi di salvare la propria figlia che ne respinge risoluta ogni motivazione, impadronendosi così paradossalmente della propria vita proprio decretandone la morte. Sprazzi di vita infantile emergono, qua e la, in brevi ricordi struggenti fino all’ineluttabile svolgimento della tragedia. Impeccabile, superba, interpretazione di Alessandra Cacialli, straordinaria nell’ininterrotta modifica dei registri recitativi e della modulazione vocale, terribilmente angosciante nella scena finale, quando inutilmente supplicante si accascia dietro la porta chiusa della suicida. Non meno encomiabile la performance di Maria Grazia Sgarlato, perfetto pendant alle differenti variazioni della Cacialli, anch’ella impeccabile nelle continue mobilissime espressioni e intonazioni vocali. Ineccepibile regia di Romano Bernardi (marito della Cacialli e storico protagonista del teatro etneo) ricompensato – insieme alle due formidabili protagoniste – dai  prolungati e meritati applausi del pubblico.