Tra cinema e teatro, due recensioni tutte da scoprire

L’ultima inverosimile e poco convincente opera del regista romano, prodotto ibrido e piatto

Scorrendo velocemente la filmografia, tra tutti i film girati Io sono tempesta (2108) appare da subito come quello più strutturato di Daniele Luchetti, regista fin troppo eclettico e difficilmente qualificabile. “Con Io sono tempesta – dichiara Luchetti – ho fatto un film più costruito, stilisticamente ho dato delle dimensioni ampie intorno ai personaggi, contesti grandiosi, anche esasperati. Mi piacerebbe aver fatto un film confortevole, di quelli che si vedono o rivedono sotto Natale, quando alla televisione programmano opere un po’ dimenticate e che danno un grande piacere alla visione” (v.“CineCritica”, n. 88, ottobre-dicembre 2017). Non è una speranza da poco e francamente sarà ben difficile realizzarla. Entrare nell’empireo dei “classici” natalizi pare davvero impresa impossibile da realizzare oltre che estremamente pretenziosa. Ispirato, almeno nell’incipit, alla ridicola vicenda di Berlusconi “condannato” ai servizi sociali, l’ultimo lavoro di Luchetti da subito scivola – probabilmente senza intenzione – nel grottesco, mantenendo per tutta la durata del film un’aura di totale inverosimiglianza che alla lunga lo rende talmente stravagante da non riuscire neppure a far sorridere (l’ultra miliardario Tempesta condannato ai servizi sociali solidarizza, obtorto collo, con i reietti e alla fine dopo averli corrotti e strumentalizzati li induce a “fare impresa”, mentre lui finisce in galera dove ritrova il padre che continua a chiamarlo “coglione”). Ma a parte l’assurdità della vicenda (che relega “moralisticamente” la sinossi nel mondo dei sogni, con gli emarginati vincitori e il padrone tra i perdenti), l’incompiuta “commedia” di Luchetti, perennemente in mezzo al guado dell’indeterminatezza, resta un prodotto talmente ibrido e piatto da non potersi definire neppure tale, privo come è di quel “miracoloso” mix di comicità e drammaticità tipico d’un genere “nobile” da molti anni ormai sepolto dal cinema nazionale del quale s’avverte drammaticamente la mancanza. Tutto sommato un film abbastanza inutile, amorfo, come da lunga pezza la produzione propina all’inappagato pubblico nazionale, che non a caso raramente premia i prodotti nazionali.

Al teatro Brancati “Il gallo” di Tullio Kezich tratto da “Il Bell’Antonio” di Vitaliano Brancati.

Il dramma di Antonio Magnano, “il Bell’Antonio”, giovane avvenente rientrato da Roma con una fama usurpata di “dongiovanni” ma in realtà impotente (incarnazione dell’antimito d’una leggenda costruita dallo stresso autore, Vitaliano Brancati), visto soprattutto dalla parte del padre Alfio, “il gallo” catanese, eponimo di quella mitologia inventata dai padri della fallocultura che ha fatto della città etnea la patria deliri erotici. Scritto da Tullio Kezich, che in realtà ben poco aggiunge all’ amarissima vicenda e già oggetto del celebre e straordinario film di Bolognini (che tuttavia infelicemente lo ambienta nella Catania degli anni ’60, dove scompare il senso di denuncia verso l’opprimente regime fascista, tra l’altro concluso con una chiusura criptica), l’opera teatrale – portata in scena in questi giorni al Brancati per la regia di Federico Magnano di S. Lio, che estremizza la catterialità di alcuni personaggi minori (l’avvocato Ardizzone e la figlia Elena) – accentua la già cupa drammaticità della storia ancor più marcandone la disperazione. Alfio il “gallo”, prima vittima d’una weltanschauung fondata tutta sulla potenza sessuale, non a caso ancora metaforicamente (come tutta la storia narrata, che si dipana tra il 1938 e il 1942) perirà sotto un bombardamento degli alleati, nel bordello di S. Berillo vecchio accanto ad una prostituta, nel momento in cui crollerà il suo credo virile riversato sul figlio che lo induce altresì ad una “ribellione” avverso l’ipocrisia della Chiesa cattolica. Onesta prova recitativa dell’intero cast su cui spicca quella del protagonista Miko Magistro (Alfio), insieme ad Olivia Spigarelli (Rosaria), Massimo Giustolisi (Antonio), Riccardo Maria Tarci (Puglisi), Raffaella Bella (Agatina), Eleonora Sicurella (Barbara), Camillo Mascolino (Ardizzone), Irene Tetto (Elena), Carlo Ferreri (padre Raffaele), Giada Caponetti (Mariuccia). Scene e costumi Riccardo Perriconi; musiche Germano Mazzocchetti; luci Sergio Noè. Produzione Teatro della Città. In scena al Brancati dal 19 aprile.

 

 

 

 

 

 

 

Una mortale audizione

Agenzia di collocamento morte attraverso la trasmissione del virus HIV. Rappresentato al teatro del “Canovaccio” lo spettacolo “Audizione”, scritto da Chiara Arrigoni, mette in scena un allucinante fatto di cronaca (a quanto pare realmente accaduto nel Regno Unito) “un party con roulette russa sessuale, in cui una persona è segretamente affetta da HIV e nessuno dei partecipanti alla festa è legittimato a usare preservativi” (dal volantino di sala). Gli “infetti”, un uomo e una donna, vengono assoldati da uno spocchioso esaminatore al prezzo di 100.000 € per l’unica serata orgiastica organizzata per tediati benestanti alla ricerca di scosse adrenaliniche. La follia d’una umanità giunta alle soglie dell’autodistruzione è traslatamente rappresentata attraverso la disperazione dei due potenziali partecipanti infetti (un buon padre di famiglia costretto per necessità a fingersi malvagio ed una giovane donna in cerca di “vendetta”), tra di loro in acerrima competizione, che tuttavia soltanto in apparenza hanno perduto ogni barlume d’umanità. Un’inattesa e insperata conclusione, dopo serrati scontri verbali, restituirà ad entrambi un senso di solidarietà tra reietti, liberandoli dalla disumana crudeltà in cui sono coattamente spinti da un’organizzazione sociale che ha definitivamente smarrito ogni pietas. Ottima perfomances attoriale dei tre protagonisti della raccapricciante audizione – Massimo Leone, Andrea Ferrara e Chiara Arrigoni – ai quali il regista Francesco Toto fornisce la giusta chiave per un cangiante registro recitativo. Lo spettacolo, prodotto da “Autoproduzione” di Roma, è stato presentato nel corso della sesta stagione teatrale di  “Palco Off” con la direzione artistica di Francesca Vitale e quella organizzativa di Renato Lombardo.